Se

Se avessi potuto …
Se avessi capito …
Se fossi stata capace …
Se solo …

Tanti possono essere i “se” che risuonano nella nostra mente, come echi di un passato che non può tornare, mentre a noi non resta che cercare di vivere il presente, facendo del nostro meglio, nonostante le difficoltà e le fatiche che quotidianamente ci accompagnano.

Sono “se” importanti, perché ci permettono di pensare al passato in modo forse diverso rispetto ad un tempo, con un bagaglio in più, quello delle esperienze vissute.
Sono “se” che ci possono servire, per prendere decisioni nuove, diverse.
Sono “se” che sta a noi usare perché un giorno, un domani, non siano più “se” di un passato a cui guardare con rimpianto, ma diventino dei “posso” di un presente da vivere in prima persona.
E’ faticoso, è stancante e fa paura, tanta da far tremare, ma è LA nostra possibilità, la nostra occasione, LA NOSTRA VITA.

(Se avessi chiesto) Chiedo aiuto

Cosa può fare una parola?

Cosa può fare una parola?

Una parola può fare tanto, tantissimo.
Può scaldare il cuore infreddolito di chi sta attraversando un brutto inverno combattendo contro i propri demoni.
Può consolare chi si sente confuso, nel labirinto della propria sofferenza.
Può accompagnare chi, smarrito sul sentiero della vita, sta cercando la propria strada.

Una parola può aiutare, facendo sentire un po’ meno quella solitudine che a volte ci si trova a provare, una solitudine particolare, perché presente anche in mezzo alla gente, anche se attorno a sé ci sono amici, parenti, amori. Una solitudine a cui non si sa dare un nome, perché non spiegabile a parole, una solitudine che non si sa come scacciare.
E’ la solitudine del dolore, la solitudine di un’esistenza che si crede e sente come incompresa, lontana, distante dagli altri.
E’ la solitudine di un mondo costruito per proteggersi da quello che potrebbe ferire.
Una solitudine che però può essere, un po’ alla volta, sostituita da qualcosa di diverso, una presenza in punta di piedi, un amico che cerca di capire, una parola detta per sostenere.

Una parola può fare tanto.
Una parola detta a cuore aperto, senza giudizi, senz’altra motivazione se non l’esserci, può davvero fare tanto, cambiando il corso della giornata di chi la sente, perché la comprensione, l’affetto, la vicinanza, sono cose che davvero possono trasformare le cose.

Una vera amica

Se dovessi paragonare l’anoressia ad una persona la paragonerei ad un’amica.
Si, un’amica su cui sai di poter contare, di cui sai di poterti fidare. Un’amica che quando ne hai bisogno c’è, è presente, ti sta vicina, non ti lascia …
Un’amica che ti conosce bene, che sa quali sono i tuoi pensieri, anche quelli più profondi, quelli che non condivideresti con nessun altro. Un’amica nelle cui mani metteresti la tua vita …
Ed infatti è proprio questo quello che succede, ti fidi di lei, le credi … le affidi la cosa più importante … la vita.
E lei, da buona amica, ti rassicura, ti dice di non preoccuparti, perché non sei sola, con te c’è lei, che ti guida, ti dice cosa fare … ti dice cosa pensare …
Poi ti incoraggia, a seguire i suoi consigli, ad andare avanti, sulla strada che ti ha indicato, sulla via che ti descrive come essere l’unica via, la via giusta.
Così, con la sua presenza, con la sua vicinanza, vai avanti, su quel sentiero, anche se è un sentiero impervio, anche se è pericoloso … anche se hai paura …

Un’amica …

Una vera amica però è onesta, è sincera, è leale, e lei così non è.
Già, lei non è ne onesta, ne sincera, ne leale .. altrimenti non ti farebbe quello che ti fa … non ti farebbe sentire in colpa, non ti farebbe credere di non essere all’altezza, non ti tormenterebbe con la sua presenza, non ti imporrebbe i suoi pensieri … non ti farebbe soffrire …

Una vera amica ti starebbe vicino, senza importi la sua presenza.
Si preoccuperebbe per te.
Ti ascolterebbe, rispettando i tuoi pensieri.
Ti direbbe anche le cose che non vorresti sentire, pur di aiutarti.
Ti abbraccerebbe, facendoti sentire il bene che ti vuole.
Ti lascerebbe libera di essere come sei … speciale …

Stanchezza

A volte si è davvero troppo stanchi. Troppo stanchi di lottare, di combattere, sempre, ogni giorno, contro una malattia che sembra non dare tregua e non lasciare spazio per altro.

A volte si, ci si sente così, sfiniti, con il solo desiderio di avere una vita normale, una vita in cui poter “non pensare”, non dover fare i conti con qualcosa di così forte come può essere una malattia.

Sono momenti difficili, in cui la voglia di fermarsi può davvero essere grande.
Sono momenti anche pericolosi, perché se si ascolta quella voce che ci dice di non avere più la forza per lottare, lasciando andare le cose, allora vince lei, la malattia. E se vince lei, vince la battaglia più importante, quella in cui si rinuncia, smettendo di credere in sé e nelle proprie capacità, in quello che fino a quel momento ha invece permesso, nonostante tutto, di averla vinta.

Si, perché averla vinta non significa solo guarire. Averla vinta significa anche riuscire, anche se solo momentaneamente, a farla tacere. Averla vinta significa anche chiedere aiuto, aprirsi, darsi la possibilità di stare meglio. Averla vinta significa anche riuscire a sognare ancora, a sperare, a guardare al proprio domani. Averla vinta significa anche non fermarsi, andando invece avanti, giorno dopo giorno, su quella strada che prima o poi può portare a raggiungere la meta desiderata.
Certo, è una strada tortuosa, una strada spesso scivolosa, dove si può cadere, ma una strada che davvero può portare lontano.

Parliamone

Parliamone …

… della tristezza che vela lo sguardo di ragazze e ragazze, donne e uomini, costretti ad affrontare quotidianamente fatiche e difficoltà enormi …

… dei sensi di colpa che ti assalgono quando, con grande sforzo, fatica e impegno mangi qualcosa, sapendo, da una parte, che è la cosa giusta da fare ma sentendo, dall’altra, che è la cosa che in assoluto non vorresti fare …

… del dolore di fronte alla forza e alla violenza della bulimia e del binge e, nello stesso tempo, di fronte ai pregiudizi e luoghi comuni che ci sono rispetto a queste malattie …

Parliamone …

… della paura che ti assale nei momenti in cui senti le forze venir meno, quasi volessero, lentamente, abbandonarti …

… della solitudine di giornate passate con la sola compagnia dei pensieri e delle imposizioni della malattia …

… dei litigi in famiglia, delle incomprensioni, dell’allontanamento dalle persone che ti circondano …

Parliamone …

… delle rinunce, delle occasioni perse, delle esperienze negate …

… degli incubi che non sai come scacciare dalle notti in cui vorresti solo poter riposare, come tutti gli altri …

… della forza che ti viene chiesta per affrontare tutto questo e per chiedere aiuto, un aiuto che la malattia ti fa credere non essere necessario ma che, dentro di te lo sai, è fondamentale …

 

… scelte, capricci, debolezze, mode

NO, i disturbi del comportamento alimentare sono tutta un’altra cosa …

Ricordi

A volte mi ritrovo a pensare al passato, a come l’anoressia e la bulimia abbiano influenzato, inevitabilmente, la mia vita.
Oggi vorrei condividere con voi uno dei ricordi del passato, che a volte mi torna in mente.

Avevo circa 18 anni, nel pieno della vita, una vita, la mia, che era cambiata due anni prima, con l’arrivo della malattia.

Frequentavo la quinta superiore e come i miei compagni mi preparavo agli esami di maturità.
C’era però una cosa, nelle mie giornate, nella mia mente, che rendeva lo studio particolarmente difficile. C’era, nella mia vita, una presenza, quella della malattia, che mi impediva di vivere serenamente e che rendeva tutto complicato e faticoso.
Era faticoso alzarsi, la mattina, con il pensiero che subito andava li, al cibo, a come affrontarlo, a come evitarlo.
Era faticoso passare le giornate, cercando di arginare la forza, l’impeto della bulimia.
Era faticoso studiare. La concentrazione sembrava svanita, sostituita dal tormento e dell’angoscia di quei pensieri che tanto avrei voluto non avere.

I giorni passavano, ma lo studio non procedeva, era fermo, immobile, senza che riuscissi a svoltare nemmeno una pagina dei libri su cui dovevo studiare.
Non sapevo come fare per riprendere il controllo delle mie emozioni e dei miei pensieri.
Non sapevo come fare per concentrarmi.
Volevo tanto farlo, studiare, per superare quegli esami che mi avrebbero permesso di entrare nel mondo del lavoro, in una nuova fase della vita.

Così decisi di mettermi nelle condizioni di “non poter far altro”. Capivo che se volevo raggiungere il mio obiettivo dovevo impormelo, anzi, dovevo imporlo a lei, alla malattia, togliendole spazio e tempo. Decisi che da quel giorno, fino agli esami, sarei uscita di casa la mattina, senza chiavi, per andare a studiare fuori, senza la possibilità di tornare a casa, dove, fino a sera, non sarebbe tornato nessuno.

E in me è rimasta l’immagine di quella ragazza, seduta su una panchina sul bordo di una strada, che dalla mattina alla sera stava li, cercando di impedire alla malattia di rubarle più di quello di cui già si era appropriata.
Una ragazza, come tante, che avrebbe solo voluto una vita diversa, senza quel peso da portare.
Una ragazza, come tante ragazze che ogni giorno lottano per la loro vita, per la loro libertà.
Ragazze a cui oggi, a distanza di anni, vorrei dire che tutto l’impegno che ci stanno mettendo, tutta la fatica che stanno facendo, tutte le lotte che stanno combattendo, sono come dei piccoli (grandi) semi, semi da cui sboccerà qualcosa di meraviglioso …

Sentire

Il “sentire” della malattia non è il sentire a cui si può essere abituati.
Il sentire della malattia è molto diverso, molto complicato, anche da spiegare, sia perché le parole non sempre riescono a descrivere con la profondità necessaria quello che è, sia perché quello che si sente e come lo si sente è molto personale.

Ci sono però degli aspetti, dei tratti, che accomunano il sentire di chi soffre di anoressia.

Per prima cosa, paradossalmente, c’è il “non sentire” della malattia, quella forma di anestetico che la malattia ti da, per cui arrivi a “non sentire” quello che prima ti faceva male, quello che prima ti tormentava e che facevi fatica a gestire.
Un non sentire che non sai spiegare ma che c’è perché, davvero, quello che prima sentivi adesso non lo senti più, come se fosse nascosto, lontano da te, lontano da dove potrebbe ancora farti male.
E’ un non sentire reale, che respiri, ma è anche un non sentire che ha un costo, un prezzo, anche alto, perché è sostituito da altri “sentire” …

… come il sentire la forza e l’intensità dei pensieri della malattia, che ti dicono che non devi farlo, non devi mangiare, devi resistere, non puoi …

… come il sentire, amplificato all’ennesima potenza, dei suoi sensi di colpa, quelli che non ti fanno dormire, che ti inseguono senza darti pace …

… come il sentire di non essere mai abbastanza, di non arrivare mai al punto in cui puoi dire, ok, così può andar bene, adesso posso riposarmi …

Sono “sentire” intensi, forti, a volte anche violenti. Sentimenti dolorosi, che non vorresti provare ma che non sai come scacciare, anche perché nemmeno quello che provavi prima lo vorresti provare ancora.

Quello che invece vorresti sentire è altro.
Vorresti sentire la gioia, anche per le piccole cose, l’allegria, di risate fatte con la compagnia degli amici e delle persone a cui tieni. Vorresti sentire la leggerezza delle cose, la tranquillità … vorresti sentire la vita, quella vera, quella che la malattia ti sta togliendo.
Tu però puoi impedirglielo, non permettendole più di farti così male.
So bene quanto questo sia difficile, lo so per esperienza personale, ma so anche che quello che potrai sentire dopo non è quello che sentivi prima, perché quel “prima” non ci sarà più, lascerà, con il tuo aiuto, il posto ad un tempo diverso, un tempo nuovo, che solo tu puoi decidere come riempire … il TUO tempo.

Sguardi

Sto aspettando il mio turno nella sala d’attesa dell’ambulatorio. Dopo qualche minuto arriva una ragazza, accompagnata dal padre. Si siedono di fronte a me, anche loro in attesa che il medico li chiami.

E’ mattina, una mattina d’estate, di quelle dove vorresti essere in riva al mare, per ammirare quella distesa d’acqua che in pochi minuti verrà presa d’assalto dai numerosi bagnanti. Penso che quello è il posto dove si dovrebbe trovare quella ragazza, al mare, o in montagna, o al lago, in un posto di vacanza, di divertimento … non li, al centro per la cura dei disturbi del comportamento alimentare …

Il mio sguardo si ferma un attimo sul padre, un giovane padre, con una giovane figlia, che, essendo li, posso immaginare stiano affrontando difficoltà enormi, le difficoltà della malattia, di quel mondo dove ci si può trovare scaraventati senza nemmeno rendersene conto.

Quel papà, con quel suo sguardo, intenso, limpido, trasparente, mi sorride … e io non posso fare a meno di pensare al dolore che sta vivendo, alle paure che sta affrontando, alla lotta che sta combattendo. Penso che non è giusto, no, non è giusto, tante, troppe vite, famiglie, provate, stravolte da una malattia che non guarda in faccia nessuno, una malattia di fronte alla quale ci si sente impotenti.

Ricambio il sorriso … vorrei dirgli di tener duro, di non scoraggiarsi, anche se il percorso può essere lungo e difficile. Vorrei dirgli di credere nella guarigione, nella possibilità di stare meglio e di rinascere. Vorrei dirgli che accompagnare la figlia in questo percorso così delicato e doloroso, è una gran cosa, per lei, per lui, per il loro rapporto. Vorrei dirgli che so quanta paura può fare tutto questo … ma anche quanto bene può fare l’amore di un genitore …