Siamo altro

Soffrire di una malattia non significa “essere” quella malattia, soffrire di una malattia significa, appunto, “SOFFRIRE”.

Ci sono malattie che portano ad un malessere fisico, altre ad un malessere emotivo, altre ancora che con sé portano una grande sofferenza sia fisica che emotiva.
I disturbi alimentari sono così, sono sofferenza, sono malessere, sono tutte queste cose, ma NON sono persone.

Nessuno, in nessun caso, dovrebbe essere identificato come la malattia di cui soffre, perché ogni persona, nonostante le proprie difficoltà, nonostante i limiti della propria sofferenza, è tutt’altro.
Ognuno di noi è un mondo, un mondo fatto di abilità, di caratteristiche personali, un mondo fatto di emozioni e sentimenti, di sogni e speranze, un mondo che nessuno, mai, dovrebbe ridurre ad una malattia perché SIAMO ALTRO, molto altro.

Gli occhi del cuore

Eppure è così, soffrire di anoressia è anche questo … non vedere quello che vedono gli altri.
E’ come se, pur guardando la stessa cosa, quello che rimane impresso, quello che si focalizza, fosse diverso, molto diverso.
Infatti ti guardi e vedi un corpo che non assomiglia per niente a quello che ti descrivono le persone che ti circondano. Non vedi la magrezza di cui ti parlano, non vedi un corpo esile, vedi invece un corpo che non si avvicina a quello che vorresti vedere, a quello che vorresti avere.

L’immagine di te è un’immagine offuscata dalla nebbia della malattia, un’immagine che non rispecchia la realtà ma che tu, purtroppo, senti come tale, reale, concreta.
In fondo come potresti non sentirla come tale? La vedi, nello specchio, nelle vetrine dei negozi, quando ci passi davanti e non riesci a fare a meno di girarti e guardare … per controllare se oggi va un po’ meglio, se quell’immagine è un po’ meno ingombrante di ieri, un po’ meno …

E quando ti dicono “Ma non ti vedi?” tu rimani in silenzio, in fondo, cosa potresti dire loro? Potresti forse dirgli che non capiscono? Che in realtà non sei come ti descrivono? A queste parole, lo sai, risponderebbero cercando di convincerti che non è così, che non sei come ti vedi, che il tuo corpo è provato, fragile, un corpo che porta su di sé i segni di grandi privazioni.
Lo sai … già … questo ti direbbero … lo sai … questo ti hanno detto, cercando di convincerti, anche con dati oggettivi come il peso, che quello che vedi non è ciò che sei …

Conosco quelle parole, conosco quell’immagine Continua a leggere

Compagni

E’ molto doloroso vedere chi si ama star male, non solo fisicamente ma anche emotivamente, così come è molto doloroso non sapere cosa fare, come comportarsi, quali parole usare per esprimere i propri pensieri e la propria preoccupazione.

Questo è vero per tutti, genitori, fratelli sorelle, amici, ed è vero anche per i compagni, mariti e mogli, di chi sta male. Mi sono accorta che molto raramente si parla di quello che può provare una donna o un uomo che hanno un compagno o una compagna che soffre di anoressia, di bulimia o di binge. Eppure ci sono, mariti, mogli, compagne e compagni, che vivono con la paura di perdere la persona amata, con la fatica di giorni difficili, con la sensazione di non poter far nulla per cambiare le cose.

Sono persone speciali, perché speciale è la forza che viene chiesta loro per mettere il proprio amore al di sopra dei limiti e delle rinunce che la malattia impone. Sono persone che spesso soffrono in silenzio, portando su di sé il peso di compromessi e di profonde paure.
Sono persone che Continua a leggere

Forza

Come si fa a non sentirsi in colpa? Come si fa a non pensare di essere sbagliati se si fa qualcosa che, di per sé, è considerato sbagliato?

Difficile riuscire a trovare le parole giuste per alleviare la frustrazione che segue ad una crisi, come difficile è far capire che, quando succede, quando la malattia prende il sopravvento, non si è di fronte ad una persona che non ci sta provando o che ha poca volontà o, ancora, che non si impegna abbastanza.

No, quando succede, quando la malattia prevale, quello che succede è proprio questo, qualcosa (… la malattia) prende il controllo, il tuo posto e si mette alla guida di quella che dovrebbe essere la tua vita ma che momentaneamente è come se diventasse sua.
Ti mette da parte, con forza, lasciando su di te dei lividi, ferite che fanno male e che non meriti.
E’ lei che comanda e tu non solo non hai voce ma non riesci nemmeno a respirare e pensare lucidamente. Tutto avviene con una tale rapidità e prepotenza da rendere difficile ogni reazione, ogni tentativo di resistenza.

E poi, quando tutto finisce, quando finalmente se ne va, tu rimani li, senza forze, persa, sola, a chiederti perché … perché non ci sei riuscita … perché non sei stata abbastanza forte … perché …

Domande che Continua a leggere

Ho capito …

Forse è vero, avrei potuto reagire in modo diverso alle prove che la vita mi ha fatto affrontare.
Forse avrei potuto essere più forte, più sicura.
Invece ho incontrato lei, quando le fatiche delle mie giornate erano diventate troppo pesanti.
Mi sono fidata di lei, delle sue parole, delle sue promesse. Le ho creduto, senza mettere in dubbio niente di quello che mi raccontava.

Mi raccontava di giorni in cui poter essere libera, senza condizionamenti esterni, senza il peso del “dover” essere. Mi raccontava di come mi avrebbe potuto far sentire, al suo fianco, con la sua forza, senza bisogno di altro. Mi raccontava di giorni in cui niente, nessuna parola, nessun gesto, avrebbe potuto farmi male.
Erano parole dolci, parole rassicuranti, in cui potersi sentire protetti, sicuri.
Erano parole, solo parole, nient’altro che parole.

Con il tempo Continua a leggere

Lettera da un’amica (… ti voglio bene …)

Dovrei studiare filosofia ma non riesco proprio. Ho un pensiero fisso che mi sta torturando da tutto il giorno, da quando te ne sei andata.
Ultimamente la mia sensibilità mi sta facendo brutti scherzi. È che non mi capacito del perché ci facciamo del male. Abbiamo una vita, una sola occasione di essere noi stessi e la sprechiamo senza renderci conto del dono prezioso che abbiamo avuto. Ho tanti punti deboli, e sto imparando, perché lo voglio, a conoscerli e a fronteggiarli tutti, accettandoli come parte di me. Accettarli vuol dire per me saperli controllare, gestire, non sopprimerli. Perché essi fanno parte di me.
Ti guardo spesso nell’ultimo periodo a scuola. Invano cerco il volto e l’apparenza di quella Marta che ho conosciuto quasi due anni fa. Ma trovo familiarità solo nei tuoi occhi e nei tuoi capelli stupendi, lunghi e neri. Non mi soffermo sulle cosce più magre o sulle braccia più sottili, che forse per te saranno diventate motivo di orgoglio e di autostima. Ti guardo il viso: un volto scavato, pallido, da cui traspare una sofferenza nascosta sotto falsi sorrisi. Gli zigomi pronunciati ancora più del solito sembrano essere le protuberanze create da qualcosa che hai dentro e che non lasci uscire.
Ho paura, sai. Sono davvero preoccupata. E sicuramente non sono l’unica. Oggi non credo tu abbia toccato cibo, usando con me la scusa della nonna e con i tuoi la scusa di aver mangiato da me, molto probabilmente. E lo so perché anche io ero così.. pranzo e cena erano diventati un momento di angoscia, ansia, stress. Soprattutto se insieme ad altre persone. Perciò appena mi veniva in mente un modo per saltarli lo coglievo al volo.
Sai qual è la cosa brutta di tutto quello che sto vivendo io e questo che stai vivendo tu? È che ti da forza privarti del cibo perché ti sembra di averne il controllo. Ti sei mai chiesta se è davvero così? Sei tu, che ti privi del cibo, ad avere il controllo oppure è il cibo che si è preso il controllo di te? È lui che ti spaventa. E tu ne hai paura, tanta.
Un disturbo alimentare è una malattia. E “disturbo alimentare” non significa solo anoressia, bulimia o obesità; non consiste solo nell’abusare o nel bandire il cibo; è sofferenza, autolesionismo, nel senso di autodistruzione. È quando si tende al limite, lo si vuole toccare, qualsiasi sia il motivo di questo desiderio, non capendo che siamo uomini e che, per quanto il rischio possa essere affascinante, l’unica cosa che conta è la serenità del proprio equilibrio fisico e mentale.
Un disturbo alimentare è una malattia perché ti toglie le energie. Non solo quelle fisiche: il freddo sempre più gelido man mano che dimagrisci; la stanchezza molto frequente; le ossa in pericolo di osteoporosi; il rischio di entrare in  amenorrea e intoppare totalmente il meccanismo del proprio corpo. Più importanti sono le energie tolte al proprio spirito: diventi rigida nel giudizio degli altri, ancor più rigida in quello di te stessa; perdi le emozioni, la tua anima si raggela; ogni parola dolce, ogni attenzione ti scivola addosso, la dai per scontata perché nella tua testa ci sta un solo pensiero: il peso e le circonferenze del tuo corpo e lo spazio fra le cosce e il viso più scolpito. Un pensiero che, anche se non te ne rendi conto, ti divora dentro, prende tutto lo spazio che può, come aria; e come vento spazza via tutto.. lasciando solo un incolmabile vuoto.
Aver perso peso ti ha fatto guadagnare autostima e non hai più problemi a scegliere vestiti; mettere top corti o pantaloni stretti non è più proibito: ti senti sicura di te stessa nell’indossarli e questo ti fa stare bene. Che illusione patetica.
Forse tu non ti rendi conto del male infinito e inutile che ti stai facendo. Stai completamente perdendo te stessa. La vera Marta. Stai trasferendo l’importanza che dovresti dare all’essere orgogliosa di chi sei, attribuendola all’apparire, a come sei. Ed è una crudeltà ed un’ingiustizia paurosa questa. Perché nessuno ti giudicherà mai bella per come appari, ma per quello che trasmetti.
È questione di fare una scelta. E non è banale, ma per assurdo è più semplice di quanto sembri: una cosa che dipende da te, come viene attivata da te stessa con estrema facilità, così può essere eliminata.
Cosa Continua a leggere