L’esperienza di Chiara

Non sono mai stata brava ad iniziare un discorso, che si tratti di un tema, di una frase o in questo caso a dover raccontare una storia. Ma è questione di dover partire, che poi quando parto ho talmente tante cose da dire che non saprei da dove incominciare. Non so esattamente quando è cominciato, ne tanto meno come, perché in realtà non c’è una data ben precisa ma sono cose che accadono con il passare dei giorni e non te ne rendi conto fino a quando non ci sei già dentro.
Partiamo dal presupposto che per me il disturbo alimentare rappresenta il senso di vuoto, un vuoto incolmabile, un senso di dolore profondo, e contrariamente a come molti pensano non è il cibo la causa, il cibo è la conseguenza ad un dolore che non riesci ad esternare. Molto spesso le persone giudicano e pensano che la persona che ne soffre non voglia mangiare per un semplice capriccio, per rispettare i canoni di bellezza o semplicemente perché non mangiare ormai “va di moda”, senza soffermarsi ad immaginare che dietro a ciò si può nascondere una sofferenza.

Ho sempre preteso il massimo da me stessa, sia dal nuoto che dalla scuola, ma purtroppo la maggior parte delle volte non ci riuscivo anzi a scuola non andavo molto bene, e a nuoto sì, mi ero tolta qualche soddisfazione ma infondo nulla di entusiasmante. Ho deciso di lasciare nuoto l’ultimo anno di scuola per dedicarmi completamente allo studio: quasi non mi riconoscevo più, volti altissimi. Studiavo fino a farmi venire il mal di testa e no, non mi accontentavo del 7, insomma in poche parole ero diventata paranoica.

Ma tutto questo cosa c’entra vi state chiedendo? Per farvi capire… Diciamo che sono sempre stata una ragazza “giusta” di corpo, mi accontentavo, ero parecchio muscolosa ai tempi in cui nuotavo infatti quando ho smesso avevo perso tutta la massa muscolare: wow sono dimagrita!

Mi vedevo bene, ero dimagrita e volevo mantenermi cosi decisi di iniziare a fare una dieta “fai da te”, cosa da non fare assolutamente. Essendo tutte le mattine sola a casa mi studiavo la mia dieta, tutti i cibi, le calorie, le tabelle nutrizionali… fino a perdere il controllo. Contavo ogni singola caloria dalla pasta alla frutta, mi pesavo circa dieci volte al giorno di nascosto e quando i miei tornavano a lavoro mi mettevo subito all’opera per smaltire. Mi ero imposta degli obblighi, obblighi che erano diventati ossessioni. Io vivevo solo per il cibo. Mi sentivo onnipotente. La sensazione di poter controllare il cibo era enorme. Non mi stavo rendendo conto che stavo perdendo tutto, tutto quello che stava girando intorno, e così ho iniziato a farmi del male, a farmi tanto male e me ne stavo in silenzio senza dire una parola.
La mia vita era Continua a leggere

Quand’è successo?

Quand’è successo?
Quand’è accaduto tutto ciò?
Quando ho perso il controllo della mia vita senza nemmeno rendermene conto?
Un attimo prima le cose erano praticamente perfette, tutto dipendeva da una mia decisione, da me, ero io che sceglievo se e cosa mangiare, ero io che decidevo cosa fare e cosa pensare. Adesso invece non è più così, non posso decidere niente, sono disarmata di fronte al caos più totale.

Non posso mangiare altrimenti i sensi di colpa non mi darebbero tregua, non posso smettere di muovermi perché se lo facessi mi sentirei un fallimento, non posso uscire con gli amici perché non saprei nemmeno più come trascorrere il tempo con loro.
Non posso smettere di salire su quella bilancia, perché quello è il mio metro di misura.
Non posso decidere cosa pensare perché i pensieri non sono più miei …

Non dovevano andare così le cose, no, doveva essere tutto diverso.
Dovevo ritrovare la felicità, dovevo ritrovare me stessa, nonostante le difficoltà che stavo affrontando. E invece ho trovato lei, che mi ha sedotta e imbrogliata.

Se potessi tornare indietro non le permetterei di farmi tutto ciò.
Il problema è che, in realtà, quando è successo tutto questo non me ne sono accorta, è entrata in punta di piedi nella mia vita per poi diventarne la padrona. E da perfetta padrona di casa ora governa su tutto con le sue regole, rigide, dure, che mi fanno star male.

Non era questo quello che avrei voluto, no, non era questo.
E questo non è nemmeno quello che voglio per il mio domani, voglio un futuro diverso dal mio presente, un futuro dove poter essere di nuovo libera. Certo, questo vuol dire dover trovare il modo per gestire le mie paure, e non è semplice, anzi, sarà un percorso lungo e faticoso ma qual’è l’alternativa con lei al mio fianco che “vive” al posto mio? Sperare che un giorno questa casa, la mia casa, non le piaccia più e decida di andarsene?
Si, forse potrei farlo, potrei aspettare, magari le cose potranno cambiare, ma quando?
E poi, perché dovrebbe decidere di andarsene da qui se tutto rimane uguale? Non si lascia una casa se ci si trova bene e non c’è un buon motivo per farlo.

Forse quel motivo Continua a leggere

La vera forza

Non è che non si vorrebbe stare meglio è solo che la bulimia, il BED (binge eating disorders), hanno una forza così grande che riesce ad annientare ogni altra cosa. E’ una forza con cui ci si deve confrontare ogni giorno e che, quando vince, fa precipitare nel vuoto più totale chi la subisce.
La mattina ci si alza e ci si ripete che, si, oggi è il giorno giusto, oggi è un giorno diverso in cui si riuscirà ad azzittirla, a farla tacere. Poi succede qualcosa, che non si sa spiegare, qualcosa che fa venir meno ogni barriera, sgretolandola davanti a lei … ancora lei … un altro punto a suo favore … un altro fallimento per chi si trova dall’altra parte.
Non si sa come interrompere questo meccanismo che si è creato dentro e da cui dipendono intere giornate. Non si può più dormire, le ore del sonno sono invase da pensieri costantemente rivolti a lei, a questa malattia che non da tregua.
Si cerca di convincersi di avere la forza necessaria per vincere, pensando che si deve resistere al suo richiamo che, poi, più che un richiamo è un vero e proprio rapimento.
Ed infatti è un po’ così che ci si sente, come se si venisse rapiti da qualcosa che non si fa vedere in volto. E’ un viso indefinito, dai contorni sfocati, che sembra guardare negli occhi chi ha davanti e dire “Non ce la farai, anche questa volta sono io a decidere, sei un/una perdente”.

Come si fa a non crederle? Come si fa a pensare di essere persone come le altre quando si vive con malattie quali la bulimia e BAD, che ti spingono ad avere un comportamento rispetto al cibo di cui ci si vergogna?

E’ difficile pensare di poter essere accettati, soprattutto quando si fa fatica ad accettare anche se stessi.
E’ difficile immaginasi diversi … non ci si sente abbastanza forti.
E poi Continua a leggere

Scheletri nell’armadio

 

Un giorno mia figlia, vedendomi pensierosa, mi chiese “Mamma, come stai? Tutto bene?”
Erano giorni difficili, in cui le fatiche si facevano sentire più di altri momenti, forse per le tante cose che stavano accadendo.
La guardai, sorrisi, e le dissi “Non preoccuparti, va tutto bene, è solo che qualche scheletro che ho nell’armadio a volte ritorna”.
Lei si fece pensierosa, seria, mi guardò attentamente, poi sorrise e mi disse “Mamma, stai attenta, perché a forza di tenere scheletri nell’armadio non c’è più posto per i tuoi vestiti”, poi si voltò e continuò a fare quello in cui era impegnata.

Le sue parole risuonarono in me come l’eco di una voce lontana ma, al tempo stesso, vicina.
Come aveva ragione, non poteva usare una metafora migliore per spiegare una verità che a volte non vediamo o non vogliamo vedere, forse perché troppo doloroso da affrontare.

Nella vita non sempre è facile affrontare ciò che ci accade, a volte tutto sembra così grande, così insormontabile da creare in noi una grande paura.
Il timore di non riuscire, di non essere in grado di superare le prove della vita può bloccarci. A volte invece a bloccarci sono cose quotidiane, rapporti difficili, rancori, parole non dette o cose lasciate in sospeso.
Qualunque sia Continua a leggere

Newsletter settembre 2017

Paura

Ho paura. Mia figlia non mangia più ed mi sento persa, confusa, non so cosa fare.
Ho paura di perderla, di non poterla più abbracciare, di non vederla più sorridere.

Quando torna a casa si chiude in camera, da sola, come se volesse chiudere fuori da quella stanza tutto e tutti, restando da sola per ore e ore.
La guardo, rannicchiata su se stessa, su quel divano, come se volesse proteggersi da quello che c’è attorno a lei. Però attorno a lei ci siamo anche noi, la sua famiglia, che siamo quelli che più le vogliono bene e che per lei faremmo di tutto.

La osservo, cercando di non farmi vedere, e vedo la cosa per me più preziosa che piano piano si sta consumando. Vedo in lei tanta sofferenza, ma non so cosa dirle, non so come affrontarla.
Così resto in silenzio, un silenzio disperato perché vorrei urlarle a gran voce che le voglio bene, che non la vorrei vedere così triste, che vorrei poterla aiutare.
Nello stesso tempo vorrei urlare a questa terribile malattia di lasciarla stare, di lasciarla andare, libera di tornare a casa, da chi le vuole bene, da chi la ama sopra ogni altra cosa.
Però è una malattia, non una persona e a una malattia non si può parlare, con una malattia non si può ragionare. Ecco, è proprio questo il punto, ogni pensiero, ogni ragionamento, con questa malattia non hanno senso, non possono essere utilizzati, perché visti e ascoltati come pensieri e ragionamenti di chi, tanto, non capisce, di chi, tanto, non sa cosa vuol dire.

Forse è vero, forse non so cosa significa soffrire di anoressia, di bulimia o di binge, ma so cosa significa non sapere cosa fare per salvare un proprio figlio. So cosa vuol dire non poter fare nulla perché lei o lui tornino a star bene. So, anche se non avrei mai voluto saperlo, cosa significa avere paura, tanta paura e so quanto sia importante, in tutto questo sapere che ci sono persone che possono ascoltarci e aiutarci.

Faccio un passo avanti, chiedo Continua a leggere

Ricadute

E’ come quando pensi di poter finalmente tirare un sospiro di sollievo e invece ti rendi conto che l’aria è talmente rarefatta da rendere difficile ogni tuo respiro. O come quando credi di aver già dato abbastanza in questa salita che a volte è la vita e invece ti trovi di fronte ad una scalinata così ripida che solo il pensiero di doverla affrontare ti fa star male.

Già, avere una ricaduta rispetto ad un disturbo del comportamento alimentare ti fa sentire un po’ così, persa, confusa, spaesata, di fronte a qualcosa che pensavi, speravi, di non dover più rivivere.
Si perché aver vissuto la sofferenza di queste malattie, aver affrontato giorni di grande dolore, di paura, di solitudine e di sconforto è qualcosa di così stremante che si vorrebbe poterlo trasformare solo in un lontano ricordo del passato.
Dover riaffrontare tutto questo non è per niente facile, tutt’altro, è difficile, impegnativo e doloroso. Quello che, forse, può aiutare un po’, è il pensare a tutto quello che è stato fatto fino a quel momento, a tutti i passi avanti fatti giorno dopo giorno, lottando a denti stretti, con tutte le proprie forze. Pensare a tutte le battaglie vinte, a quanto impegno è stato messo nelle mille sfide del percorso intrapreso. Pensare ad una ricaduta come ad una nuova battaglia, una nuova sfida, che, è vero, non si avrebbe voluto dover affrontare, ma che come le altre può essere superata.

Nessuno vorrebbe dover ritirare fuori nuovamente le armi per affrontare quelle paure che tanto fanno male, Continua a leggere

Essere liberi

Vivo in un mondo abitato da due persone, io e lei, lei e io, nessun altro.
Un mondo triste, in cui quello che faccio è tutto in sua funzione: lei decide quello che posso o non posso fare, lei governa le mie giornate come se fosse sopra ogni cosa.
Ed in effetti è così … è sopra ogni cosa, sopra ogni mio pensiero, ogni mia volontà, ogni aspetto della mia vita.

Mi ha chiusa in questo mondo da cui non riesco ad uscire, un mondo triste, un mondo di solitudine, dove niente mi è concesso.
Non posso parlare, perché non ho più voce.
Non posso ridere, perché non ho niente per cui rallegrarmi.
Non posso sognare, perché anche i sogni se ne sono andati, lasciando il posto ad un presente di dolore e isolamento.

Cosa posso fare? Come posso andarmene da qui? Lei mi guarda, mi osserva in ogni istante e se solo provo ad allontanarmi mi afferra con tutta la sua forza e mi tiene così stretta che non riesco quasi a respirare. E’ come se avesse paura di perdermi, di rimanere sola.

Però così chi rimane sola sono io, che non ho più nessuno con cui parlare, che non so più come fare per tornare alla mia vita.
Come vorrei non sentirla più, non doverla ascoltare, non doverla avere sempre qui, vicina a me.

Forse quello che posso fare è cercare di farle capire che voglio andare via, che voglio andare a vivere dove vivono gli altri, in un mondo diverso, dove poter tornare a fare le cose che mi piacciono, dove costruire qualcosa di diverso, per me e il mio futuro.
Potrei dirle che so che fa male, ogni separazione lo fa, ma che stare qui per me è troppo doloroso … è troppo pericoloso.
Potrei anche dirle che Continua a leggere