Lettera da un’amica (… ti voglio bene …)

Dovrei studiare filosofia ma non riesco proprio. Ho un pensiero fisso che mi sta torturando da tutto il giorno, da quando te ne sei andata.
Ultimamente la mia sensibilità mi sta facendo brutti scherzi. È che non mi capacito del perché ci facciamo del male. Abbiamo una vita, una sola occasione di essere noi stessi e la sprechiamo senza renderci conto del dono prezioso che abbiamo avuto. Ho tanti punti deboli, e sto imparando, perché lo voglio, a conoscerli e a fronteggiarli tutti, accettandoli come parte di me. Accettarli vuol dire per me saperli controllare, gestire, non sopprimerli. Perché essi fanno parte di me.
Ti guardo spesso nell’ultimo periodo a scuola. Invano cerco il volto e l’apparenza di quella Marta che ho conosciuto quasi due anni fa. Ma trovo familiarità solo nei tuoi occhi e nei tuoi capelli stupendi, lunghi e neri. Non mi soffermo sulle cosce più magre o sulle braccia più sottili, che forse per te saranno diventate motivo di orgoglio e di autostima. Ti guardo il viso: un volto scavato, pallido, da cui traspare una sofferenza nascosta sotto falsi sorrisi. Gli zigomi pronunciati ancora più del solito sembrano essere le protuberanze create da qualcosa che hai dentro e che non lasci uscire.
Ho paura, sai. Sono davvero preoccupata. E sicuramente non sono l’unica. Oggi non credo tu abbia toccato cibo, usando con me la scusa della nonna e con i tuoi la scusa di aver mangiato da me, molto probabilmente. E lo so perché anche io ero così.. pranzo e cena erano diventati un momento di angoscia, ansia, stress. Soprattutto se insieme ad altre persone. Perciò appena mi veniva in mente un modo per saltarli lo coglievo al volo.
Sai qual è la cosa brutta di tutto quello che sto vivendo io e questo che stai vivendo tu? È che ti da forza privarti del cibo perché ti sembra di averne il controllo. Ti sei mai chiesta se è davvero così? Sei tu, che ti privi del cibo, ad avere il controllo oppure è il cibo che si è preso il controllo di te? È lui che ti spaventa. E tu ne hai paura, tanta.
Un disturbo alimentare è una malattia. E “disturbo alimentare” non significa solo anoressia, bulimia o obesità; non consiste solo nell’abusare o nel bandire il cibo; è sofferenza, autolesionismo, nel senso di autodistruzione. È quando si tende al limite, lo si vuole toccare, qualsiasi sia il motivo di questo desiderio, non capendo che siamo uomini e che, per quanto il rischio possa essere affascinante, l’unica cosa che conta è la serenità del proprio equilibrio fisico e mentale.
Un disturbo alimentare è una malattia perché ti toglie le energie. Non solo quelle fisiche: il freddo sempre più gelido man mano che dimagrisci; la stanchezza molto frequente; le ossa in pericolo di osteoporosi; il rischio di entrare in  amenorrea e intoppare totalmente il meccanismo del proprio corpo. Più importanti sono le energie tolte al proprio spirito: diventi rigida nel giudizio degli altri, ancor più rigida in quello di te stessa; perdi le emozioni, la tua anima si raggela; ogni parola dolce, ogni attenzione ti scivola addosso, la dai per scontata perché nella tua testa ci sta un solo pensiero: il peso e le circonferenze del tuo corpo e lo spazio fra le cosce e il viso più scolpito. Un pensiero che, anche se non te ne rendi conto, ti divora dentro, prende tutto lo spazio che può, come aria; e come vento spazza via tutto.. lasciando solo un incolmabile vuoto.
Aver perso peso ti ha fatto guadagnare autostima e non hai più problemi a scegliere vestiti; mettere top corti o pantaloni stretti non è più proibito: ti senti sicura di te stessa nell’indossarli e questo ti fa stare bene. Che illusione patetica.
Forse tu non ti rendi conto del male infinito e inutile che ti stai facendo. Stai completamente perdendo te stessa. La vera Marta. Stai trasferendo l’importanza che dovresti dare all’essere orgogliosa di chi sei, attribuendola all’apparire, a come sei. Ed è una crudeltà ed un’ingiustizia paurosa questa. Perché nessuno ti giudicherà mai bella per come appari, ma per quello che trasmetti.
È questione di fare una scelta. E non è banale, ma per assurdo è più semplice di quanto sembri: una cosa che dipende da te, come viene attivata da te stessa con estrema facilità, così può essere eliminata.
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15 marzo 2018

Oggi è un giorno molto speciale, un giorno in cui tante persone si stanno impegnando per diffondere conoscenze e informazioni sui disturbi del comportamento alimentare. Un giorno in cui tante persone si stanno adoperando per trasmettere messaggi di speranza, di incoraggiamento, di vicinanza e di sostegno per chi sta soffrendo.

Si, oggi è un giorno speciale, come speciali sono le persone che stanno lottando contro queste malattie.
Sono persone coraggiose, che quotidianamente trovano la forza per continuare a combattere. Persone che hanno o stanno soffrendo. Persone che si sono trovate di fronte a qualcosa di molto doloroso, che ha cambiato le loro vite. Sono tante, troppe persone, ragazze, ragazzi, donne, uomini, accomunati da una sofferenza che non meritano.

Anni fa di queste malattie si parlava poco, pochissimo, e chi ne soffriva viveva in una grande solitudine, con la paura di non essere compreso e, anzi, di essere giudicato e considerato come una persona sbagliata, con grandi sensi di colpa.
Fortunatamente le cose sono cambiate, le conoscenze su queste malattie sono cresciute, le informazioni sono maggiori e le persone hanno la possibilità di parlarne di più. Oggi tanti sono i centri specializzati per la cura di queste malattie e tante sono le persone che cercano di sostenere chi ne soffre.

Nonostante questo, nonostante i mezzi e gli strumenti per avere una cura adeguata oggi ci siano, non è comunque facile chiedere quell’aiuto così importante di cui si ha bisogno.
Già, non è semplice, per niente e, anzi, è difficile come anni fa … perché spaventa, perché la malattia è forte … perché fa male.
Sono sentimenti duri, che possono impedire di avere quel prezioso sostegno che può fare la differenza. E allora si rischia di restare li, fermi, a guardare il mondo che va avanti mentre la propria vita è come sospesa, in bilico su di una fune che rischia di spezzarsi in ogni momento.
Mi piacerebbe davvero poter dire a tutte le persone che si trovano li, su quella fune, che so quanto male fa, come so quanto faccia paura chiedere aiuto, ma so anche quanto sia pericoloso restare li e quanto invece sia meraviglioso arrivare dall’altra parte, sulla terra ferma, una terra dove poter ricostruire una vita nuova, diversa, una vita tutta per sé, in cui poter finalmente essere se stessi, liberi dai pensieri e dal dolore di una malattia che non ha il diritto di togliere così tanto a chi non ha nessuna colpa.
E’ vero, non è una cosa che avviene così, da un giorno all’altro, ma anche se ci vuole tempo, pazienza e coraggio, è comunque il più bel regalo che ci si possa fare …

 

Chi mi segue sa quanto ci tengo a questo sito, luogo virtuale con cui ho cercato di essere di aiuto per chi si è trovato in difficoltà a causa di malattie come l’anoressia, la bulimia, il binge …
Sa anche quanto sia per me importante continuare a lottare per dar voce al dolore di chi non riesce, per diversi motivi, ad esprimerlo, a buttarlo fuori, a condividerlo.
E’ un dolore che non sempre si riesce a comprendere e, proprio per questo, un dolore da ascoltare con attenzione, sensibilità e desiderio di avvicinamento. E’ un dolore profondo, che va rispettato, preso per mano e accompagnato in un percorso di guarigione che può davvero fare la differenza.

Gestisco questo sito da diversi anni e sono sempre stata molto contenta e onorata di poterlo fare. Ora purtroppo delle difficoltà familiari mi impediscono di dedicarvi il tempo e l’attenzione che merita. Questo naturalmente non significa che io non creda più nell’importanza della sensibilizzazione e della condivisione, tutt’altro, sono fortemente convinta che continuare a parlare di queste malattie, della sofferenza che portano con se’, della possibilità di guarigione, della speranza, sia fondamentale, sia per far sentire meno sole le persone, sia per trasmettere messaggi di incoraggiamento, che per sostenere chi soffre.

In questo momento devo però fermarmi, dovendo dedicarmi ad altri aspetti familiari che non posso tralasciare. Prendere questa decisione non è stato facile, tutt’altro, ma so che potrete capire.
Il blog rimane naturalmente aperto (in attesa di un ritorno, appena le cose me lo permetteranno), in modo da lasciare a chi lo desidera, la possibilità di continuare a leggere i contenuti che ho finora pubblicato.

Naturalmente se qualcuno ha bisogno di scrivermi può continuare a farlo tramite e-mail, la mia porta è sempre aperta 🙂

Daniela

Natale 2017

Anche se in ritardo (… scusate, è arrivata l’influenza …), voglio fare a tutti voi gli auguri di buone feste. Vorrei però che fossero degli auguri un po’ particolari, si, perché quello che vorrei augurare a tutti voi non è tanto un semplice buon Natale o buon anno nuovo … che comunque sarebbe già molto …
Quello che voglio augurarvi è invece di poter essere, sempre, ovunque, con chiunque siate, sempre e solo voi stessi.
Detto così sembra facile, ma sappiamo bene come in realtà non sia per niente semplice, soprattutto in determinate situazioni, sentirsi liberi di essere come si è.
A volte si è frenati dalle circostanze, dalle persone, dalle abitudini. A volte si può essere intimoriti dal pensiero degli altri, da quello che potrebbero dire.
Ecco, il mio augurio è proprio questo, che in tutte queste situazioni, difficili da affrontare, possiate trovare la forza per essere voi stessi, semplicemente voi stessi, niente di più bello, niente di meglio … si, perché il meglio di ognuno di noi sta proprio qui, nella nostra personalità, nelle nostre caratteristiche, per quanto possano essere diverse da quelle degli altri.
So che non sempre è facile riuscire a farlo ma quello che, forse, può aiutare, è il pensiero che le persone che davvero ci vogliono bene, dovrebbero riuscire ad andare oltre, si, oltre le apparenze, oltre le circostanze, oltre le usanze, lasciando le persone care libere di esprimersi, libere di assaporare anche questi giorni di feste purtroppo non sempre facili.

Daniela

Perdonami

Cosa posso dirti per farti sentire la mia presenza?
Cosa posso fare per esserti più vicino?
Io, che il giorno che sei nata ero l’uomo più felice del mondo mi trovo qui, ora, disorientato di fronte al tuo dolore, confuso e perso, come se tutto il tempo trascorso assieme, gli anni passati, fossero qualcosa che non c’è più, qualcosa di lontano, che se ne sono andati, come la mia forza di fronte a questa prova della vita troppo grande da affrontare.

So che stai male, lo vedo, lo sento, e so che solo i medici possono aiutarti a curarti, ma so anche che non posso stare fermo, immobile guardandoti sparire.
E’ come chiedermi di rinunciare, senza lottare, alla cosa per me più preziosa.
Si, perché la cosa più importante che c’è al mondo sei tu figlia mia. Per te farei di tutto, sarei disposto a rinunciare a tutto, il problema è che ogni cosa sembra inutile, a volte addirittura controproducente.

Scusami se litighiamo, se mi arrabbio, se non riesco a mantenere la calma. Scusami se ancora cerco di convincerti a mangiare, so che il cibo è il sintomo di qualcosa di molto più profondo … solo è più forte di me.
Vederti rinunciare alla vita è una cosa che mi distrugge, alla quale non è possibile abituarsi. L’impotenza di fronte al tuo dolore mi fa male e mi impedisce di essere lucido.
In fondo penso sia normale, come si può non essere devastati guardando un figlio soffrire così? Come si può non voler gridare, urlare con tutta la voce possibile la propria frustrazione? Che poi, più che frustrazione è un vero e proprio senso di sconfitta, si, sconfitta per non essere stato capace di proteggere la persona più cara al mondo.

Perdonami se non ne sono stato capace, perdonami Continua a leggere

La vera ricchezza

Un padre ricco, volendo che suo figlio sapesse che significa essere povero, gli fece passare una giornata con una famiglia di contadini.
Il bambino passò 3 giorni e 3 notti nei campi.

Di ritorno in città, ancora in macchina, il padre gli chiese “Che mi dici della tua esperienza ?”
“Bene” rispose il bambino.

“Hai appreso qualcosa?” Insistette il padre.

“Si, ho imparato:
Che abbiamo un cane e loro ne hanno quattro.
Che abbiamo una piscina con acqua trattata, che arriva in fondo al giardino. Loro hanno un fiume, con acqua cristallina, pesci e altre belle cose.
Che abbiamo la luce elettrica nel nostro giardino ma loro hanno le stelle e la luna per illuminarli.
Che il nostro giardino arriva fino al muro. Il loro, fino all’orizzonte.
Che noi compriamo il nostro cibo; loro lo coltivano, lo raccolgono e lo cucinano.
Che noi ascoltiamo CD… Loro ascoltano una sinfonia continua di pappagalli, grilli e altri animali … tutto ciò, qualche volta accompagnato dal canto di un vicino che lavora la terra.
Che noi utilizziamo il microonde. Ciò che cucinano loro, ha il sapore del fuoco lento.
Che noi per proteggerci viviamo circondati da recinti con allarme… Loro vivono con le porte aperte, protetti dall’amicizia dei loro vicini.
Che noi viviamo collegati al cellulare, al computer, alla televisione. Loro sono collegati alla vita, al cielo, al sole, all’acqua, ai campi, agli animali, alle loro ombre e alle loro famiglie.”

Il padre rimane molto impressionato dai sentimenti del figlio.
Alla fine il figlio conclude “Grazie per avermi insegnato quanto siamo poveri!”

 

Dal web

Sembrava

Sembrava una ragazza solitaria, forse, a volte, un po’ scontrosa, chiusa in quel cappotto come se volesse tenere tutti fuori, lontani dalla sua vita e dai suoi pensieri.
Sembrava a volte anche triste, cupa, non certo una ragazza solare con cui si avrebbe voglia di trascorrere del tempo.
Alcuni giorni appariva come una ragazza altezzosa, di quelle che non vogliono condividere con gli altri momenti di vita quotidiana, come se il mondo attorno a lei fosse troppo lontano dai suoi standard, dalle sue aspettative.
C’erano poi giorni in cui sembrava arrabbiata, come se ce l’avesse con tutto il mondo, come se avesse subito un torto, un torto che però agli altri non era chiaro.

C’era qualcosa in lei che non si riusciva a decifrare, un silenzio che, paradossalmente, sembrava volersi far sentire. Quando però qualcuno cercava di ascoltarla, di parlare con lei, lei si allontanava, chiudendosi ancor più in quel cappotto che era diventato quasi un guscio, una protezione verso i pericoli della vita.

Solo che chi le era vicino non riusciva a capire, non poteva capire.
Come avrebbero potuto farlo?
Come avrebbero potuto capire che quei silenzi, quegli sbalzi di umore, quell’allontanamento erano frutto di un grande dolore con cui lei, la ragazza, doveva vivere quotidianamente?
Come avrebbero potuto capire, intuire, che quello che lei avrebbe voluto era poter stare meno male, soffrire un po’ di meno, in una vita vissuta dipendendo dagli ordini che le erano impartiti da una malattia?
Come avrebbero potuto anche solo immaginare che lei, quella ragazza apparentemente solitaria e a volte difficile, tanto avrebbe voluto poter uscire con loro, poter sorridere, divertirsi, come tutti gli altri?

Già, come Continua a leggere

Newsletter novembre 2017